Nel corso del Forum Qualenergia, Legambiente ha presentato i dati del report “Stop ai sussidi ambientalmente dannosi”, da cui si rileva che nel 2021 in Italia sono stati stanziati 41,8 miliardi di euro per le fonti fossili, ben 7,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente, dei quali 14,8 miliardi potrebbero essere eliminati entro il 2025, investendo queste risorse su rinnovabili, reti, efficienza, mobilità e molto altro.
Come risponde l’Italia all’emergenza climatica in corso?
Aumentando i sussidi ambientalmente dannosi (SAD).
È l’amara constatazione che emerge dal Dossier “Stop sussidi ambientalmente dannosi” presentato da Legambiente nel corso del XV Forum Qualernergia (Roma, 29-30 novembre 2022), la Conferenza promossa dalla stessa Associazione del Cigno Verde, da Editoriale Nuova Ecologia e Kyoto Club, con il patrocinio del MASE, del MIT e della Regione Lazio, che propone un confronto tra istituzioni, imprese, mondo dell’economia e della ricerca sul ruolo strategico delle rinnovabili e sulle politiche energetiche sostenibili che servono al Paese per accelerare la transizione ecologica.
Dal Rapporto si rileva che dal 2011 al 2021, l’Italia è passata da 9,1 a 41,8 miliardi di euro in attività, opere e progetti connessi direttamente e indirettamente alle fonti fossili: ben 7,2 miliardi in più rispetto al 2020 (+21%). Il settore con più voci di sussidi (ben 31) è quello energetico con 12,2 miliardi di euro e che potrebbero aumentare con le politiche energetiche in tema di gas, vedi rigassificatori. A seguire il settore trasporti con 24 voci di sussidi e 12,2 miliardi di euro. Un numero complessivo, quello dei finanziamenti ai SAD, destinato ad aumentare anche nel 2022 per gli effetti del Capacity Market con oltre 1 miliardo di euro all’anno per 15 anni, a cui si aggiungono 30 milioni all’anno, dal 2024 al 2043 per un totale di 570 milioni, dedicati ai due rigassificatori di Piombino e Ravenna. Senza dimenticare le risorse spese per l’emergenza energetica pari a circa 38,9 miliardi euro.
Tra il 2012 e il 2021 sono stati spesi in totale 213,9 miliardi di euro destinati, direttamente o indirettamente, al settore Oil&Gas che hanno impedito lo sviluppo di almeno 13 GW/anno di fonti rinnovabili, in grado di produrre 19 TWh/anno di energia elettrica, ovvero circa il 6% del fabbisogno elettrico nazionale. Numeri che, in 11 anni, avrebbero già traghettato l’Italia all’obiettivo del 100% elettrico da fonti rinnovabili, permettendo al Paese un risparmio di consumo di gas di 4 miliardi di metri cubi all’anno, arrivando a 44 miliardi di metri cubi complessivi dopo 11 anni, pari al 59,4% dei consumi nazionali di gas.
“Il nostro Paese continua ad andare nella direzione sbagliata, scegliendo come soluzione l’utilizzo sempre maggiore delle fonti fossili da altri paesi grazie ai gasdotti e ai rigassificatori e puntando sulle nuove estrazioni di gas dai fondali marini – ha dichiarato Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – Da questo punto di vista il governo Meloni sta dimostrando una continuità con l’esecutivo Draghi che non condividiamo. Serve discontinuità e coraggio. Per uscire dalla dipendenza dall’estero bisogna accelerare sulla diffusione delle comunità energetiche e realizzare tanti grandi impianti a fonti rinnovabili, da quelli eolici a mare a quelli a terra, passando per l’agrivoltaico, ma è indispensabile velocizzare gli iter autorizzativi. Dopo il condivisibile raddoppio del numero dei membri della commissione Via Vas sul PNRR ottenuto dal ministro Pichetto Fratin è ora fondamentale costringere le Regioni a potenziare i loro uffici preposti alle autorizzazioni. Si può decarbonizzare l’economia italiana rimodulando ed eliminando i sussidi alle fonti fossili e la legge di bilancio può essere già la prima occasione per farlo. Il Governo non perda questa importante occasione in nome dell’indipendenza dall’estero”.
Sul fronte delle politiche sostenibili, per Legambiente, l’Italia sta dimostrando di preferire una transizione energetica basata sul gas fossile piuttosto che sulle rinnovabili e su un nuovo sistema basato su prosumer, autoproduzione, reti smart, comunità energetiche ed efficienza. L’aumento dei sussidi ambientalmente dannosi è una misura non giustificabile e non tollerabile anche rispetto all’emergenza climatica, energetica e sociale in corso, e su cui occorre intervenire. Dei 41,8 miliardi di euro investiti in SAD (13,4 riconducibili a sussidi diretti e circa 28,4 miliardi a quelli indiretti), ben 14,8 miliardi, sottolinea Legambiente, sono eliminabili già entro il 2025 cancellando, ad esempio, quelli previsti per le trivellazioni e i fondi per la ricerca su gas, carbone e petrolio, così come le agevolazioni fiscali per le auto aziendali, il diverso trattamento fiscale tra benzina gasolio, GPL e metano, il Capacity Market per le centrali a gas e l’accesso all’Eco-bonus per le caldaie a gas. Tutte risorse che potrebbero essere rimesse in circolazione nel giro di pochi anni a favore di una vera transizione energetica che punti su rinnovabili, reti, efficienza, mobilità, bonifiche e molto altro.

Per questo Legambiente ha presentato oggi un Pacchetto di 7 proposte indirizzate al Governo e al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, chiedendo in primis che nella Legge di bilancio, in discussione, venga prevista la rimodulazione e cancellazione dei sussidi ambientalmente dannosi entro il 2030, ad oggi assente nella bozza di manovra.
Occorre poi:
2) aggiornare annualmente il Catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) e Favorevoli (SAF) quantificando anche la spesa per i 16 sussidi su cui ad oggi non si hanno informazioni e aggiungendo i sussidi mancanti (13 voci identificate da Legambiente per complessivi 7,9 miliardi di euro);
3) Rivedere la tassazione sui diversi combustibili fossili e cancellare tutte le esenzioni sulle accise esistenti, secondo il principio “chi inquina paga” legando la fiscalità alle emissioni di gas serra;
4) su 32 voci di sussidi eliminabili subito, pari a 14,8 miliardi di euro, occorre intervenire entro il 2025 eliminando le risorse;
5) l’Italia deve fare la sua parte in tema di aiuto ai Paesi poveri ed impegnarsi, per il periodo 2023-2025, a mobilitare almeno 4,7 miliardi l’anno così da garantire la “sua giusta quota” dell’impegno collettivo di 100 miliardi dei Paesi industrializzati., risorse che possono essere reperite attraverso il taglio dei sussidi alle fonti fossili;
6) occorre mettere in sicurezza energetica il Paese investendo sulla sua indipendenza basandola sulle rinnovabili;
7) rivedere il sistema degli oneri di sistema in bolletta, eliminando i sussidi diretti, spostando sussidi e voci improprie sulla fiscalità generale.
“Non c’è più tempo – ha commentato Francesco Ferrante, Vicepresidente di Kyoto Club – dicono in tanti consapevoli delle urgenze poste dalla crisi climatica in atto, ma le presenze al nostro Forum ci dicono anche che non c’è alcun motivo per continuare a perdere tempo: le imprese delle rinnovabili e dell’efficienza sono già più che pronte a raccogliere la sfida della transizione energetica, servono solo le politiche concrete conseguenti alle dichiarazioni che promettono l’uscita dall’era dei fossili”.
I dati del report.
Sono 76 le voci di sussidi, comprese le agevolazioni fiscali, analizzate da Legambiente attraverso diverse fonti e suddivise tra il settore energia il più numeroso con 31 sussidi per complessivi 12,2 miliardi di euro, il settore trasporti con 24 voci per 12,2 miliardi di euro, il settore agricolo con 7 voci per 3,4 miliardi di euro, quello edile con 9 sussidi per 12,5 miliardi di euro che impediscono o rallentano una vera innovazione del patrimonio edilizio ed il settore canoni, concessioni e rifiuti con 5 sussidi per un totale di 1,4 miliardi di euro. Da sottolineare che tra i sussidi al settore trasporti c’è anche quello per i biocarburanti (uso di olio di palma e di soia). Nel 2021, il sussidio sui biocarburanti ha registrato un valore di circa 300 milioni di euro.
Focus tassonomia verde e costi in bolletta per gli utenti
Il report contiene anche un focus sulla tassonomia verde facendo il punto su quale rischio correrebbe l’Italia. Ad oggi ci sono almeno 6 le voci che finanziano impianti alimentati da fonti fossili, fra cui il gas, per complessivi 2,4 miliardi di euro. Un rischio che ha trovato, fortunatamente l’opposizione dell’Austria sostenuta da Lussemburgo e Spagna, che ha presentato ricorso presso la Corte europea di Giustizia. L’esito del ricorso potrebbe cambiare la classificazione di queste voci, spostandole da sussidi ambientalmente dannosi a favorevoli. La più rilevante il Capacity Market che vale 15 miliardi di euro in 15 anni a partire dal 2022, circa 1 miliardo all’anno che andrà, come sta già accadendo, per la maggior parte alle centrali a gas.
Oneri impropri nelle bollette
Passando ai costi in bolletta, oggi temporaneamente assenti nelle bollette per gli effetti dei decreti sull’emergenza energetica, Legambiente sottolinea come tra sussidi e oneri impropri parliamo di 2,5 miliardi di euro l’anno, che andrebbero rimodulati o spostati sulla fiscalità generale. Tra queste i sussidi per le imprese operanti nelle isole minori, luogo ideale per staccarsi definitivamente dalle fonti fossili, ma che pesano sulle spalle degli utenti per oltre 61 milioni. Ben più onerose le imprese energivore con oltre 1 miliardo di sussidi. E poi ancora bonus sociali, tariffe speciali per le Ferrovie, ricerca.
Emergenza energetica a colpi di decreti
Infine, nel report Legambiente evidenzia anche 8 decreti legge approvati tra gennaio a settembre 2022 contenenti 45 interventi finalizzati a ridurre l’impatto del caro energia per imprese e famiglie. Si tratta di interventi emergenziali, non strutturali e ambientalmente dannosi in quanto a supporto delle fonti fossili nei settori energia e trasporti, di almeno 38,9 miliardi di euro per il solo 2022.
Considerando l’andamento dei prezzi del gas per i prossimi anni, e le residue capacità interne di produzione finalizzate a sostenere il perdurare della crisi energetica, l’Associazione ambientalista sottolinea come sia evidente che non possiamo continuare a spendere tutte queste risorse in interventi spot. È necessario, a partire dal 2023, iniziare a prevedere che parte di queste risorse siano gradualmente indirizzate verso interventi strutturali indirizzati, prima di tutto, a famiglie e imprese, e finalizzati ridurre i costi in bolletta.
Se i 40 miliardi di euro circa fossero stati investiti in impianti solari fotovoltaici, osserva Legambiente, avrebbero permesso di realizzare almeno 194 mila impianti da 50 kW da destinare ad utenze domestiche e piccole imprese, per una potenza complessiva di 9,7 GW potenza in grado di generare 14,6 TWh/anno di energia elettrica per i prossimi almeno 20 anni, pari ai consumi di circa 5,8 milioni di famiglie. Quasi il doppio del numero di famiglie che in Italia oggi si trovano in una condizione di povertà energetica.